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Prossimi eventi: 12 ottobre ( Castel Maggiore), 14 e 21 ottobre ( S.G. in Persiceto ).

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I prossimi eventi con presenza della dr.ssa Paola Finelli sono il:

  • 12 Ottobre 2017 a Castel Maggiore, “Essere Altamente Sensibili”, per dettagli: clic
  • 14 ottobre 2017 a San Giovanni in Persiceto, “Laboratorio sull’assertività e autostima”, per dettagli : clic
  • 21 Ottobre 2017 a San Giovanni in Persiceto, “Universo Coppia”, per dettagli:  clic

Per informazioni sugli incontri e i laboratori, nonché sull’ attività professionale ( colloqui psicologici, terapie, meditazione ) della dr.ssa Paola FinelliScrivi o chiama il 3470725212 ( anche Whatsapp ).

Come funzioniamo: proiezione nelle nostre relazioni

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Il meccanismo della proiezione

Cosa nascondono le critiche che facciamo agli altri? Cosa vuole raccontarci di noi la nostra parte pronta ad additare l’altro?
A molti sarà capitato di sentire questa parola, e qui spiegherò meglio di che si tratta anche alla luce delle teorie sui sé (Stone, 2007).
Innanzitutto che cos’è esattamente la proiezione?
Si tratta di quel meccanismo di difesa attraverso cui il soggetto espelle da sé e localizza nell’altro (persona o cosa), in modo INCONSAPEVOLE, sentimenti, desideri o qualità che sono suoi ma che egli non riconosce o rifiuta in sé. In un’accezione prettamente psicanalitica questo meccanismo di difesa serve a fare economia mentale, dal momento in cui ci libera di sensazioni, emozioni, sentimenti, caratteristiche che sono percepiti come sgradevoli e non si vuole tenere per sé.
In realtà questo meccanismo può anche avere un’accezione di positiva apertura all’altro, tramite il riconoscimento nell’altro di nostre caratteristiche e può quindi portare al miglioramento relazionale. Tuttavia quando un individuo usa la proiezione come meccanismo di difesa in misura eccessiva nell’età adulta, la sua percezione della realtà esterna risulterà gravemente distorta, cioè la capacità del suo io di esaminare la realtà verrà notevolmente indebolita.
Il problema sta proprio qui: tale meccanismo di difesa permette infatti di vedere il malessere al di fuori di noi dandoci l’illusione di una possibile deresponsabilizzazione. Se non siamo costretti a guardare in faccia i nostri lati negativi a quel punto possiamo tranquillamente esimerci dal doverli riconoscere e quindi, eventualmente, affrontare. Questo porta con sé la notevole conseguenza che la nostra personalità non evolve mai e noi rimaniamo sempre più radicati nelle nostre rigide posizioni, quando invece la vita permette una continua capacità di adattamento e flessibilità. In più questo meccanismo di difesa non permette quell’importantissimo processo che Jung chiama “individuazione”. Essa può definirsi come costruzione di una personalità coerente, consapevole delle proprie risorse e delle proprie aspirazioni, in grado di integrare la propria parte cosciente con quella inconscia, e in grado inoltre di integrare se stessa nella rete di relazioni interpersonali e nella società.

È in pratica lo stesso processo che porta allo sviluppo armonico del Sé: esso appare come un sistema di concezioni di sé, di modi di reagire, di credenze e copioni che sono innescate dalle prime esperienze emozionali, rafforzate dagli eventi di vita vissuti e che a loro volta influenzano gli eventi stessi per il modo in cui essi vengono letti e per le reazioni emotive che suscitano. È un processo di autoconoscenza e autorealizzazione, frutto del rapporto con l’altro e modello attraverso cui tale rapporto si instaura. È quanto mai evidente che, se attraverso il meccanismo della proiezione, lasciamo fuori così tante parti di noi, certamente sarà ben lontano il cammino verso l’integrazione del sé. In tal modo la vita può diventare davvero difficile da gestire emotivamente e inoltre chi giudica continuamente finisce per rimanere intrappolato nella solitudine dei suoi giudizi.
Ma, come avviene nel concreto questo meccanismo? Lo possiamo riconoscere in tantissime occasioni: ad esempio interroghiamoci quando chiamiamo “poco di buono” una donna solo perchè ha un fare molto espansivo con gli uomini; interroghiamoci quando critichiamo il vicino che compra sempre un cellulare nuovo ogni mese; interroghiamoci quando critichiamo nostro figlio perchè fa il “buffone”. Non vorremmo forse essere un pò smaliziate come quelle che chiamiamo “poco di buono”? Non vorremmo forse spendere più soldi come il vicino di casa ma non possiamo permettercelo? Non vorremmo forse essere più giocosi come nostro figlio “buffone”? Se pensiamo che qualcuno stia con con noi per raggiungere degli scopi, per interesse, quegli obiettivi sono i nostri. Se pensiamo sempre che il nostro partner non ci sostenga è perchè forse noi stessi vorremmo essere dei potenziali “disinteressati” nelle medesime situazioni in cui immaginiamo lui.
Ecco perché dobbiamo stare ben attenti ogni qualvolta ci troviamo a formulare giudizi rigidi e lapidari nei confronti degli altri. Se guardassimo bene e attentamente dentro di noi ci accorgeremmo che quelle persone che noi critichiamo sono portatrici di caratteristiche che noi stessi non riconosciamo di avere: possiamo dire che quelle persone portano caratteristiche che risiedono, per dirla con Jung, nella nostra parte Ombra, o che fanno parte di quelli che chiamiamo, per dirla con i coniugi Stone, i nostri sé rinnegati. In ogni caso si tratta di quelle parti che noi non vogliamo accettare di avere: vuoi per motivi religiosi, etici, morali, educativi, familiari, si tratta di caratteristiche che se ammettessimo di avere, manderebbero in crisi un certo coerente sistema valoriale-personale sul quale per anni ci siamo costruiti. Basterebbe comprendere che questa è una falsa individuazione: ci facciamo forti dell’essere persone moralmente rette, responsabili, tuttofare, ma dentro una parte di noi vorrebbe essere smaliziata e flessibile, tollerante; ci facciamo forti di essere abili risparmiatori come ci ha insegnato il papà, ma di fatto dentro di noi c’è una parte più spendacciona che vorrebbe emergere e trovare spazio; ci consideriamo fieramente riservati e attenti al buon comportarsi quando in realtà c’è la parte di noi più casinista e sfacciata che vorrebbe essere ascoltata e accolta. Ma non lo è stata. E così via.
Ovviamente viene da sé quanto questo vedersi in modo così limitato e parziale sia fonte di enorme sofferenza per la propria psiche. Questo perché non siamo capaci di vedere le mille sfaccettature del nostro sé, che non è affatto composto da poche e ben definite caratteristiche, bensì può essere timido in certe occasioni ed espansivo in altre, oculato in certe occasioni e spendaccione in altre, smaliziato in certe situazioni e riservato in altre e così via. Vedersi in modo univoco è fonte di sofferenza, anche perché in questo modo è bene tener presente che l’energia derivante dai nostri sé rinnegati messi a tacere potrebbe sfogarsi anche attraverso disturbi psicosomatici. Come osserva Jung, l’Ombra abbandonata al negativo è costretta, per così dire, ad avere una vita autonoma senza alcuna relazione con il resto della personalità. Così facendo ogni autentica maturazione dell’individuo è impedita, dal momento che l’individuazione comincia appunto con la ricognizione e integrazione dell’Ombra.
Come fare, quindi, a uscire da questa trappola e dare individuazione al proprio sé?
Imparando innanzitutto a riconoscere quando e cosa stiamo proiettando sull’altro;
Accettando che quello che stiamo proiettando è un qualcosa che quel qualcosa risiede dentro di noi da qualche parte del nostro sé, che fino ad pra non è stato visto, riconosciuto, esplorato.
Integrare queste parti dentro di sé, quindi, è di fatto, un cammino di consapevolezza che implica grande capacità e sforzo di mettersi in discussione. È un cammino non privo di sofferenze che spesso implica il sostegno di uno psicologo, che aiuti progressivamente ad accettare che non siamo fatti di poche parti rigide, ma di molte parti flessibili. E la meta di sentirsi finalmente completi e accettanti.

Concludo con una citazione di Osho che parla proprio della proiezione:
“Quando vedi rabbia negli altri,
va e scava profondamente dentro di te
e vedrai che quella rabbia
si trova anche lì.
Quando vedi troppa pigrizia negli altri,
va semplicemente dentro di te 
e vedrai quella pigrizia è seduta lì dentro.
La dimensione interiore
 opera come un proiettore:
gli altri diventano schermi
 e tu inizi a vedere dei film su di loro,
che di fatto sono solo i nastri registrati
di ciò che tu sei”
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http://www.psicologi-italia.it/psicologia/psicoanalisi/1371/proiezione-psicologica.html

Mindfulness in classe

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  1. Students meditating at Phillip and Sala Burton Academic High School in San Francisco.

    When a troubled school taught students Transcendental Meditation, suspensions dropped and attendance and students’ grade point averages rose.

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    CreditIllustration by Allison Steen

    When homework means arguments and leaves parents feeling helpless, it affects more than just students.

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    CreditBob Staake

    So-called math-anxious parents who provided frequent help on homework actually hurt their children by passing on their anxiety, a study found.

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    CreditJohn Hersey

    Parents often worry that technology interferes with a child’s ability to finish homework, but a number of new tech tools are helping students do their homework faster.

    Photo

    CreditStuart Bradford

    Getting a good grade doesn’t mean you retained the information. In his book, Benedict Carey offers better ways than cramming for you to hold on to knowledge.

    CreditTim Robinson

    Many parents undoubtedly think they are doing the best for their children by having them bring lunch from home instead of eating the lunches served in school. But recent studies clearly prove them wrong.

    CreditDamon Winter/The New York Times

    Requiring children to select a fruit or vegetable as part of the school lunch program has not resulted in more consumption of fruits and vegetables.

     CreditGetty Images

    As we ask children to function in school, academically and socially, fatigue can affect their achievement and behavior.

    We all know that there are times when even a child who isn’t feeling 100 percent needs to grab the backpack and go.

    A teacher’s insights from asking students to finish the sentence, “I wish my teacher knew…”

Le emozioni raccontate ai nostri figli

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Dal New York Times un modo semplice e stimolante di spiegarsi e spiegare ai bambini le 5 emozioni primarie di rabbia, paura, gioia, disgusto, tristezza.
Il progetto nasce dalla collaborazione fra il Dalai Lama e P. Ekman: una mappa della mente che permette di comprendere il tipo di esperienze che sono collegate ad ogni emozione. Con gli aspetti positivi e negativi e l’interazione dell’una con l’altra.

“Quando esploriamo un territorio sconosciuto abbiamo bisogno di una mappa’” dice Ekman nell’articolo del Times. “‘E una mappa delle emozioni può aiutarci a calmare la nostra mente.’”
http://www.paulekman.com/atlas-of-emotions/#continents:fear

Cosa comporta iniziare un percorso personale di psicoterapia?

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Una domanda che mi viene fatta troppo spesso per restare inevasa.

Intraprendere una psicoterapia significa, innanzitutto, essere autonomi: anziché appoggiarsi ad amici e familiari ci si fa carico del proprio vissuto utilizzando uno spazio dedicato dove si investe emotivamente, fisicamente e cognitivamente sul proprio stare bene. Una tessitura co-costruita con pazienza che nessun altro può fare al posto nostro. Uno spazio di riflessione ed elaborazione su quanto accade nella propria vita.

Una psicoterapia è un lavoro psico-neurologico dove la fiducia e l’affidarsi sono dimensioni che vengono costruite strada facendo, che può apportare realmente trasformazioni importanti, poichè consente di modificare parti di sé che vengono viste e accolte in modo nuovo.

Può accadere che dopo un certo periodo in cui si vedono dei cambiamenti in positivo, (emersione di cose importanti che vengono ben elaborate; intuizione di concrete possibilità di guarigione e di cambiamento; percezione di una nuova energia), emerge improvvisamente la pulsione a “farcela da soli” portando ad interrompere la psicoterapia nel bel mezzo del percorso. In tali casi, è importante comprendere insieme se si tratta di una reale voglia di autonomia o di una fretta che nasconde altri problemi.

Può essere utile chiedere al terapeuta a che punto pensa si sia giunti nel percorso terapeutico facendo una ricognizione degli obiettivi, soffermandosi con lo sguardo sul cammino fatto fino a quel momento e valutando insieme che passi intraprendere. In queste fasi, è particolarmente importante prendere nota dei sogni e raccontarli in seduta.

Ritengo sia altrettanto prioritario rendere consapevole la persona dei potenziali rischi dovuti a un’interruzione improvvisa, quali una ricaduta nel malessere e un senso di sfiducia nel futuro; un riemergere di vecchie paure, un disorientamento e affanno alle prime difficoltà; rabbia, senso di colpa e senso di inadeguatezza con, alle volte, un reinizio di “pellegrinaggi” terapeutici senza risultati.

Concedersi di valutare e di ascoltare ciò che sta accadendo dentro di noi è un autentico atto d’amore.

I Processi Comunicativi per un buon comunicare.

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Negli anni ’60 un team di professionisti della Scuola di Palo Alto in California, fra cui Gregory Bateson e Paul Watzlawick, hanno gettato i presupposti alla base del nostro agire comunicativo definendo la funzione pragmatica della comunicazione umana, vale a dire la capacità di provocare degli eventi nei contesti di vita attraverso l’esperienza comunicativa, intesa sia nella sua forma verbale che in quella non-verbale.

Che cosa è emerso dall’esperienza clinica?

Che all’interno di un qualsiasi sistema interpersonale (come una coppia, una famiglia, un gruppo di lavoro, una diade terapeuta-paziente, genitore-figlio, insegnante-alunno), ogni persona influenza le altre con il proprio comportamento ed è parimenti influenzata dal comportamento altrui.
Per comprendere come comunichiamo all’interno del nostro sistema interpersonale, quali canali utilizziamo e con che modalità trasmettiamo notizie, informazioni, pensieri ed emozioni, Watzlawick e il suo gruppo di ricerca hanno definito i processi sottostanti la comunicazione umana elaborandone i Cinque Assiomi :

Primo assioma: non si può non comunicare.

Qualsiasi interazione umana è ipso facto una forma di comunicazione. Qualunque atteggiamento assunto da un individuo, diventa immediatamente portatore di significato per gli altri: ha dunque valore di sms.
Il silenzio, il ritrarsi, l’indifferenza, l’immobilità posturale sono essi stessi comunicazione.
Ad esempio, anche usare un sintomo fittizio, è comunicazione: far finta di dormire quando il partner ci raggiunge a letto, nasconde la  volontà nel non impegnarsi in una comunicazione, verbale e non-verbale.
O ancora: il marito che guarda fisso di fronte a sé mentre fa colazione sta comunicando, che almeno in quel momento, non ha intenzione di interagire.

Secondo assioma: ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione, di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi metacomunicazione.

In un sistema conflittuale, marito/moglie, madre/figlia, i due aspetti di contenuto e relazione, sono intrecciati al punto da essere confusi: il contenuto diventa pretesto per nascondere ancora una volta una rivalità che ha radici ben oltre quel contenuto comunicativo.
In questi frangenti di conflittualità sotterranea, la CNV e Paraverbale, (atteggiamento, prossemica, gestualità, espressività del volto, postura; eloquio, tono, volume, ritmo della voce,) hanno priorità sul messaggio puramente verbale che passa nettamente in secondo piano (anche se i comunicanti sono inconsapevoli di ciò).

Perché l’aspetto di relazione della comunicazione umana è così importante?

Perché, definendo il tipo di relazione che c’è tra i due comunicanti, questi definiscono implicitamente sé stessi.

Terzo assioma: La natura di una relazione dipende anche dalla punteggiatura delle sequenze di scambi comunicativi tra i comunicanti.

Il modo in cui avvengono le alternanze di dialogo, qualifica la relazione tra i comunicanti. Questione di Due punteggiature: ognuno rimane arroccato nella propria visione senza rendersi conto che si è innescata una circolarità patologica.

Quarto assioma: gli esseri umani possono comunicare sia tramite un modulo comunicativo digitale (o numerico) sia con un modulo analogico.

Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione, il primo sarà trasmesso essenzialmente con un canale verbale, usando parole, e il secondo attraverso un canale analogico (non-verbale).

Quinto assioma: Tutti gli scambi comunicativi sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza (subordinazione/predominanza).

Sono entrambe funzioni importanti e nelle relazioni “sane” esse si alternano.

Nel rapporto simmetrico, ogni comunicante tende a essere uguale all’altro, o meglio, a non essere da meno. Ciascuno si comporta come se dicesse: io conto quanto te o tu non conti quanto me.
I comportamenti dei soggetti tendono a rispecchiarsi, e per loro natura a diventare competitivi, arrivando a sfociare in una vera e propria escalation simmetrica in cui ciascuno cerca di essere «più uguale» all’altro, creando all’interno del sistema una sorta di scisma.
Tali dinamiche si esprimono in un rimbeccarsi di continuo perchè nessuno dei due può dire o fare qualcosa senza che l’altro rivendichi lo stesso diritto ma aumentato.
Condotto ai limiti estremi questo rapporto può portare al massacro reciproco per dimostrare che ciascuno è, appunto, più uguale all’altro. Ad es. “Quello che sai fare tu, io lo so fare meglio: se tu mi provochi, io posso farlo ancora di più; se tu mi offendi, io posso offenderti in maniera più distruttiva”.

Il rapporto complementare è basato sulla differenza reciproca fra i comunicanti, dove uno è in posizione one-up (che sta al di sopra) ed è colui che dirige, suggerisce, consiglia l’altro.
Il partner one-down, (che sta al di sotto), è colui che chiede e obbedisce, accettando la definizione dell’altro circa la complementarietà. Questi è solitamente la persona più coinvolta emozionalmente e che perciò ha meno potere contrattuale.
Anche qui il rapporto non è particolarmente positivo o negativo, c’è chi sta bene in una o nell’altra posizione.
Il pericolo esiste quando si sfocia in complementarietà rigida dove uno soffoca l’altro tenendolo in dipendenza affettivo-emotiva (es: relazioni di interdipendenza patologica fra madre-figlio, medico-paziente, insegnante-studente).
Ed ecco che si estremizzano le posizioni One up: ipercontrollo, ipercritiche, ordini, rimproveri, umiliazioni. One down: fedeltà, devozione, assistenzialismo.

La comunicazione, pertanto, è spesso veicolo di messaggi che non hanno una chiave di lettura unica poiché questa dipende dall’interpretazione da parte degli interlocutori. In qualche caso, però, la comunicazione può trasmettere dei messaggi che non possono comunque essere interpretati in quanto sono messaggi paradossali (Un esempio di doppio legame è il seguente: un padre è solito dire al figlio bambino che non bisogna avere paura del buio (asserisce qualcosa); quando il piccolo fa i capricci il padre gli intima di smettere immediatamente altrimenti lo chiude in una stanza al buio (asserisce qualcosa sulla propria asserzione che è in contrasto); il messaggio non offre via d’uscita perché per essere obbedita l’ingiunzione deve anche essere disobbedita: se il bambino interrompe il capriccio, obbedendo alla prima ingiunzione, dimostra di avere paura del buio e, quindi, contraddice l’altra ingiunzione, ossia quella di non avere paura… ).
Le due asserzioni, che si escludono a vicenda, possono essere inviate anche dalla coppia genitoriale (lui dice che dopo le 9 di sera non si esce, lei invece chiede al figlio di andargli a comprare le sigarette alle 22.30…).

Che cosa si può fare quindi quando il comunicare provoca nel sistema un senso di disagio, di pesantezza del clima relazionale, una sensazione di impotenza?

Ecco che qui è un punto nodale in cui divenire consapevoli delle strategie per una comunicazione efficace fa davvero la differenza nel nostro modo di rapportarci con l’altro, partner, ma anche con figli, amici, colleghi e datori di lavoro.

Attraverso la lettura di testi significativi e un percorso teorico-esperienziale con un esperto in comunicazione, acquisire strumenti e strategie per rendere le proprie relazioni più serene diventa possibile.

Innescare meccanismi negativi: ognuno ha le proprie mine. BY SHARON SALZBERG

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“All’inizio degli anni ’80 andai in Zimbabwe per insegnare. Il paesaggio era mozzafiato. Una notte, feci un tour in barca sul fiume Zambesi all’ora del tramonto. C’era un silenzio assoluto, a parte i suoni degli animali sulla riva e le nuvole splendenti di colori che ardevano sopra di noi. Stranamente, niente, attorno a noi, sembrava ricordarci il passare del tempo. Lì, su quella barca alla deriva, mi sentivo piccola in confronto all’immensità intorno a me. Mi sembrava di essere di fronte alla nascita della creazione. In quel momento, mi sentii del tutto distante dal resto del mondo e da tutti problemi, grandi e piccoli che l’accompagnano.

Mentre andavamo avanti galleggiando, il mio compagno di viaggio e di insegnamento, Joseph Goldstein, si girò verso la nostra guida e chiese se potevamo accostarci per fare una passeggiata e godere della scena a piedi, finchè c’era luce. La guida fece una faccia interrogativa e rispose: “Meglio di no. L’intera riva contiene delle mine che sono rimaste dalla guerra civile. Gli animali saltano in aria. I bambini che giravano laggiù sono stati uccisi o hanno avuto danni per tutta la vita. Non è una buona idea.”

Certo che no! Però ricordo di essermi sentita amareggiata, improvvisamente conscia che le mie sensazioni idilliache erano rovesciate da una realtà problematica nascosta sotto questa scena trascendentale.

Non riuscivo a smettere di pensare a tutte le persone e gli animali colpiti da quelle mine. Il fatto che quel pericolo fosse nascosto mi turbava ancora di più. Dopo quel viaggio ho saputo che ci sono più di 100 milioni di mine sotterrate in tutto il mondo. Di sicuro, le mine sono quasi sempre coinvolte in una densa storia di guerra e odio. L’ironia è che le mine colpiscono qua e là per molto tempo, dopo che il sangue della guerra è stato versato. Giacciono nascoste nella terra dopo che le armi sono state deposte e i conflitti sono stati apparentemente risolti. Le mine non fanno discriminazioni: esplodono, senza far caso a chi o cosa sta camminando su di loro. Al giorno d’oggi, migliaia di persone all’anno vengono uccise dalle mine, e ancora di più vengono ferite in modo permanente.

Metto alla luce queste cose non per dilungarmi su un fenomeno internazionale traumatizzante, ma perché la paura che ho sentito per le mine tocca una corda profonda, per me, anche dal punto di vista emotivo. Costa molto di più rimuovere un campo minato piuttosto che lasciare che qualcuno ci salti sopra. Questo mi ha portato a pensare a come funzionano i nostri schemi ripetitivi, i pensieri negativi, che si ripetono così facilmente, apparentemente senza alcuno sforzo.

Dare inizio a un’abitudine inconsapevole non tiene mai realmente conto delle conseguenze a lungo termine.

Dirsi più volte, durante una giornata di lavoro improduttiva, “Sono così inadeguato”, per esempio, a prima vista potrebbe non sembrare terribilmente dannoso. Ma, man mano che il tempo passa, potremmo iniziare ad accorgerci degli effetti di questo schema di pensiero.

Imparare come neutralizzare queste abitudini mentali corrosive richiede sforzo. Quando conosci, in modo più completo, un percorso per liberarti, lo sforzo non è così enorme come può sembrare togliere le mine dall’ambiente naturale. Richiede lo sforzo paziente della consapevolezza e della compassione verso se stessi. Il pensiero di compiere questo sforzo può far paura, perché sconvolge la nostra routine, anche se questa routine non ci sta facendo sentire bene. La realtà di questo sforzo non è difficile e tremenda; ci offre la bella sicurezza dell’ amore nei confronti di noi stessi. Per rendere questo sforzo un sollievo, una grande avventura.

Tutti abbiamo delle mine, là sotto. Ognuno di noi ha esperienze di vita uniche e interpretazioni uniche per queste esperienze, entrambe formano le storie che ci auto-raccontiamo. Queste storie non sono sempre negative, ma tutti condividiamo la predisposizione a creare storie. E’ probabile che alcune di queste storie siano caratterizzate dall’auto-giudizio, dal rimorso, dalla colpa e da altre scomode abitudini mentali.

La storia di Buddha parla del suo liberarsi – e liberare gli altri – dal dolore. Questo significa credere che attraversare le esperienze dolorose in modo cosciente e compassionevole – guardando in faccia le nostre mine interiori – può essere una medicina, una cura che può condurci oltre. Questa perspicace consapevolezza di tutto ciò che fa parte della nostra esperienza – l’allegro e il sorprendente, così come il difficile e poco attraente – è quello che ci permette di essere“interi” e di riconoscerci negli altri.

Le mine che abbiamo dentro, quelle vere, possono darci un senso di pericolo quando tentiamo di avvicinarsi. A volte, forse, non vorremmo nemmeno pensare di conoscere quelle parti di noi che ci fanno male. Ma, al contrario delle mine reali, non rimarremo colpiti in modo permanente se ci avviciniamo. Senz’altro sentiremo più dolore per un attimo, ma in quel dolore c’è presenza, rinnovamento e amore.”

SHARON SALZBERG è un’insegnate di meditazione e co-fondatrice dell’Insight Meditation Society a Barre in Massachusetts.

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COME FARSI ASCOLTARE.odt

SENTIRE E’ LA STESSA COSA

CHE ASCOLTARE ?

D.ssa Paola Finelli

Psicologa ad orientamento psico-corporeo

formatrice ed esperta in tecniche di rilassamento

Spesso mi capita di sentire la frase “…Gliel’ho detto mille volte ed ogni volta si dimentica!” o ancora “Io glielo avevo detto, ma ha sempre la testa fra le nuvole!”.
Molto spesso si considera l’altro il problema, accusandolo di non ascoltare, di essere distratto, di pensare ad altro, percependosi così solo come effetto del comportamento altrui e non come concausa.

Molto più difficile è chiedersi infatti “Cosa posso fare io per farmi ascoltare di più e in un modo più efficace?”, “Che quota di responsabilità ho io nel nostro comunicare così sofferto?”.

Genitori si può esserlo in tanti modi, l’importante è essere consapevoli di vantaggi e svantaggi del modo che scegliamo. Vediamo insieme alcune strategie utili se percepiamo che l’altro (figlio ma anche coniuge, collega o datore di lavoro) non ci ascolta:

Evitare di alzare la voce, in quanto probabilmente si aumenta la possibilità di essere sentiti, ma non quella di essere ascoltati.


Un tono di voce alto e acuto è proprio di quei momenti in cui la persona prova sfinimento, rabbia, insofferenza e il risultato molto spesso è quello di innescare una spirale di escalation di emozioni disfunzionali alla comunicazione relazionale.

Una strategia adattiva per attrarre in modo mirato l’attenzione è quella di modificare il tono di voce: è infatti il cambio di intensità e di ritmo, che attira l’attenzione, non il volume in sé.

Evitare di ripetersi all’infinito
, Certo ricordare qualcosa ogni tanto all’altro può aiutare, tuttavia alcune persone per farsi ascoltare ripetono continuamente lo stesso concetto.
Messaggi come “quante volte te lo devo ripetere? Non mi ascolti mai” tendono a diventare ridondanti e poco utili, in quanto la reiterazione lamentosa produce perdita di significato.


Ciò che possiamo fare per facilitare l’ascolto e la memorizzazione dei nostri messaggi è quello di ripeterci poche volte, introducendo piccole variazioni molto particolari (il particolare aumenta le probabilità di ricordo) nei nostri messaggi. Sebbene possa sembrare controintuitivo, una delle strategie più efficaci per amplificare la propria comunicazione non parte dalla bocca, ma dagli occhi.

Il contatto visivo, mentre pronunciamo una frase specifica amplifica l’effetto della nostra comunicazione: tramite una metafora, può essere visto come un amplificatore della propria comunicazione.
 Anche qui occorre la giusta misura: utilizzare un contatto visivo fisso fa apparire autoritari e controllanti.

Riconoscere in ciò che l’altro ci sta comunicando il suo valore in termini di unicità e ritmo. Anche se la nostra tendenza sarebbe quella di “fare in fretta” per giungere a una soluzione out-out (molto spesso fittizia) bypassando il mondo emotivo nostro e dell’altro (perchè difficile da tollerare), evitare frasi del tipo: “E allora? Vieni al punto.” “Non mi interessa perchè non hai studiato. Per … sei in punizione.”).

Se il riconoscimento del sentire dell’altro manca, come manca spesso a chi va male a scuola, l’identità, che è un bisogno assoluto per ciascuno di noi, si costruisce altrove, in tutti quei luoghi, scuola esclusa, dove è possibile ottenere riconoscimenti. Se poi fuori dalla scuola e dalla famiglia resta solo la strada, sarà la strada a fornire quei riconoscimenti, ma al livello in cui li può concedere” ( Galimberti, 2010)

Evitare le interruzioni indirette, (oltre ovviamente a quelle verbali dirette), attraverso reazioni del volto e del corpo fortemente negative (smorfia con la bocca e/o occhi sgranati in segno di incredulità, alzata di spalle, girarsi mentre si sta comunicando,…) oltre a inserirsi forzatamente in una pausa di silenzio (che spesso è utile a nostro figlio per raccogliere le idee ed emozioni) elargendo anticipazioni, soluzioni pre-confezionate o consigli, soprattutto quando non richiesti.

Nella mia esperienza, se una relazione si sviluppa in modo positivo – marito/moglie/, genitore/figlio, due amici, insegnante/studente, colleghi di lavoro – un contributo importante è dato dall’uso delle metacomunicazioni positive.

Qualche esempio?

Mi interessa ciò che stai dicendo.”, “Fammi capire meglio cosa è successo”, “Sono dalla tua parte, ti ascolto.” , “E’ stato difficile per te, immagino, ma possiamo vedere insieme come fare la prossima volta.”,…

accompagnando il verbale con la coerenza dei gesti e dello sguardo.

Il riconoscimento della verità dell’altro presuppone l’ascolto attivo, una modalità non così scontata per aiutare i nostri figli a prendere coscienza dei propri sentimenti, per incoraggiarli ad avere meno paura delle proprie emozioni, per promuovere la fiducia nel proprio agire e sperimentarsi così nella ricerca di soluzioni nuove ai problemi.

Partire da noi stessi per giungere a un ascolto negoziato da intenti e significati è di per sé una grande sfida, un’arte complessa che spesso richiede il sostegno di un professionista competente e un approccio psicoeducativo mirato attraverso la lettura di testi e percorsi che sviluppino consapevolezza del proprio mondo interiore e abilità di gestione interpersonale.

Riferimenti Bibliografici:

Galimberti, U., (2010). L’ospite inquietante, Feltrinelli.

Winnicot, DW, (1993). Colloqui con i genitori, Cortina.

Artegiani, A., (2006). Genitori si può. Saper crescere insieme ai propri figli, Bur.

Nardone, G., (2012). Aiutare i genitori ad aiutare i figli, Saggi Grazie.

Gottman J., (1996). Intelligenza emotiva per i nostri figli, Bur Edizioni.