Il meccanismo della proiezione

Cosa nascondono le critiche che facciamo agli altri? Cosa vuole raccontarci di noi la nostra parte pronta ad additare l’altro?
A molti sarà capitato di sentire questa parola, e qui spiegherò meglio di che si tratta anche alla luce delle teorie sui sé (Stone, 2007).
Innanzitutto che cos’è esattamente la proiezione?
Si tratta di quel meccanismo di difesa attraverso cui il soggetto espelle da sé e localizza nell’altro (persona o cosa), in modo INCONSAPEVOLE, sentimenti, desideri o qualità che sono suoi ma che egli non riconosce o rifiuta in sé. In un’accezione prettamente psicanalitica questo meccanismo di difesa serve a fare economia mentale, dal momento in cui ci libera di sensazioni, emozioni, sentimenti, caratteristiche che sono percepiti come sgradevoli e non si vuole tenere per sé.
In realtà questo meccanismo può anche avere un’accezione di positiva apertura all’altro, tramite il riconoscimento nell’altro di nostre caratteristiche e può quindi portare al miglioramento relazionale. Tuttavia quando un individuo usa la proiezione come meccanismo di difesa in misura eccessiva nell’età adulta, la sua percezione della realtà esterna risulterà gravemente distorta, cioè la capacità del suo io di esaminare la realtà verrà notevolmente indebolita.
Il problema sta proprio qui: tale meccanismo di difesa permette infatti di vedere il malessere al di fuori di noi dandoci l’illusione di una possibile deresponsabilizzazione. Se non siamo costretti a guardare in faccia i nostri lati negativi a quel punto possiamo tranquillamente esimerci dal doverli riconoscere e quindi, eventualmente, affrontare. Questo porta con sé la notevole conseguenza che la nostra personalità non evolve mai e noi rimaniamo sempre più radicati nelle nostre rigide posizioni, quando invece la vita permette una continua capacità di adattamento e flessibilità. In più questo meccanismo di difesa non permette quell’importantissimo processo che Jung chiama “individuazione”. Essa può definirsi come costruzione di una personalità coerente, consapevole delle proprie risorse e delle proprie aspirazioni, in grado di integrare la propria parte cosciente con quella inconscia, e in grado inoltre di integrare se stessa nella rete di relazioni interpersonali e nella società.

È in pratica lo stesso processo che porta allo sviluppo armonico del Sé: esso appare come un sistema di concezioni di sé, di modi di reagire, di credenze e copioni che sono innescate dalle prime esperienze emozionali, rafforzate dagli eventi di vita vissuti e che a loro volta influenzano gli eventi stessi per il modo in cui essi vengono letti e per le reazioni emotive che suscitano. È un processo di autoconoscenza e autorealizzazione, frutto del rapporto con l’altro e modello attraverso cui tale rapporto si instaura. È quanto mai evidente che, se attraverso il meccanismo della proiezione, lasciamo fuori così tante parti di noi, certamente sarà ben lontano il cammino verso l’integrazione del sé. In tal modo la vita può diventare davvero difficile da gestire emotivamente e inoltre chi giudica continuamente finisce per rimanere intrappolato nella solitudine dei suoi giudizi.
Ma, come avviene nel concreto questo meccanismo? Lo possiamo riconoscere in tantissime occasioni: ad esempio interroghiamoci quando chiamiamo “poco di buono” una donna solo perchè ha un fare molto espansivo con gli uomini; interroghiamoci quando critichiamo il vicino che compra sempre un cellulare nuovo ogni mese; interroghiamoci quando critichiamo nostro figlio perchè fa il “buffone”. Non vorremmo forse essere un pò smaliziate come quelle che chiamiamo “poco di buono”? Non vorremmo forse spendere più soldi come il vicino di casa ma non possiamo permettercelo? Non vorremmo forse essere più giocosi come nostro figlio “buffone”? Se pensiamo che qualcuno stia con con noi per raggiungere degli scopi, per interesse, quegli obiettivi sono i nostri. Se pensiamo sempre che il nostro partner non ci sostenga è perchè forse noi stessi vorremmo essere dei potenziali “disinteressati” nelle medesime situazioni in cui immaginiamo lui.
Ecco perché dobbiamo stare ben attenti ogni qualvolta ci troviamo a formulare giudizi rigidi e lapidari nei confronti degli altri. Se guardassimo bene e attentamente dentro di noi ci accorgeremmo che quelle persone che noi critichiamo sono portatrici di caratteristiche che noi stessi non riconosciamo di avere: possiamo dire che quelle persone portano caratteristiche che risiedono, per dirla con Jung, nella nostra parte Ombra, o che fanno parte di quelli che chiamiamo, per dirla con i coniugi Stone, i nostri sé rinnegati. In ogni caso si tratta di quelle parti che noi non vogliamo accettare di avere: vuoi per motivi religiosi, etici, morali, educativi, familiari, si tratta di caratteristiche che se ammettessimo di avere, manderebbero in crisi un certo coerente sistema valoriale-personale sul quale per anni ci siamo costruiti. Basterebbe comprendere che questa è una falsa individuazione: ci facciamo forti dell’essere persone moralmente rette, responsabili, tuttofare, ma dentro una parte di noi vorrebbe essere smaliziata e flessibile, tollerante; ci facciamo forti di essere abili risparmiatori come ci ha insegnato il papà, ma di fatto dentro di noi c’è una parte più spendacciona che vorrebbe emergere e trovare spazio; ci consideriamo fieramente riservati e attenti al buon comportarsi quando in realtà c’è la parte di noi più casinista e sfacciata che vorrebbe essere ascoltata e accolta. Ma non lo è stata. E così via.
Ovviamente viene da sé quanto questo vedersi in modo così limitato e parziale sia fonte di enorme sofferenza per la propria psiche. Questo perché non siamo capaci di vedere le mille sfaccettature del nostro sé, che non è affatto composto da poche e ben definite caratteristiche, bensì può essere timido in certe occasioni ed espansivo in altre, oculato in certe occasioni e spendaccione in altre, smaliziato in certe situazioni e riservato in altre e così via. Vedersi in modo univoco è fonte di sofferenza, anche perché in questo modo è bene tener presente che l’energia derivante dai nostri sé rinnegati messi a tacere potrebbe sfogarsi anche attraverso disturbi psicosomatici. Come osserva Jung, l’Ombra abbandonata al negativo è costretta, per così dire, ad avere una vita autonoma senza alcuna relazione con il resto della personalità. Così facendo ogni autentica maturazione dell’individuo è impedita, dal momento che l’individuazione comincia appunto con la ricognizione e integrazione dell’Ombra.
Come fare, quindi, a uscire da questa trappola e dare individuazione al proprio sé?
Imparando innanzitutto a riconoscere quando e cosa stiamo proiettando sull’altro;
Accettando che quello che stiamo proiettando è un qualcosa che quel qualcosa risiede dentro di noi da qualche parte del nostro sé, che fino ad pra non è stato visto, riconosciuto, esplorato.
Integrare queste parti dentro di sé, quindi, è di fatto, un cammino di consapevolezza che implica grande capacità e sforzo di mettersi in discussione. È un cammino non privo di sofferenze che spesso implica il sostegno di uno psicologo, che aiuti progressivamente ad accettare che non siamo fatti di poche parti rigide, ma di molte parti flessibili. E la meta di sentirsi finalmente completi e accettanti.

Concludo con una citazione di Osho che parla proprio della proiezione:
“Quando vedi rabbia negli altri,
va e scava profondamente dentro di te
e vedrai che quella rabbia
si trova anche lì.
Quando vedi troppa pigrizia negli altri,
va semplicemente dentro di te 
e vedrai quella pigrizia è seduta lì dentro.
La dimensione interiore
 opera come un proiettore:
gli altri diventano schermi
 e tu inizi a vedere dei film su di loro,
che di fatto sono solo i nastri registrati
di ciò che tu sei”
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http://www.psicologi-italia.it/psicologia/psicoanalisi/1371/proiezione-psicologica.html

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