Negli anni ’60 un team di professionisti della Scuola di Palo Alto in California, fra cui Gregory Bateson e Paul Watzlawick, hanno gettato i presupposti alla base del nostro agire comunicativo definendo la funzione pragmatica della comunicazione umana, vale a dire la capacità di provocare degli eventi nei contesti di vita attraverso l’esperienza comunicativa, intesa sia nella sua forma verbale che in quella non-verbale.

Che cosa è emerso dall’esperienza clinica?

Che all’interno di un qualsiasi sistema interpersonale (come una coppia, una famiglia, un gruppo di lavoro, una diade terapeuta-paziente, genitore-figlio, insegnante-alunno), ogni persona influenza le altre con il proprio comportamento ed è parimenti influenzata dal comportamento altrui.
Per comprendere come comunichiamo all’interno del nostro sistema interpersonale, quali canali utilizziamo e con che modalità trasmettiamo notizie, informazioni, pensieri ed emozioni, Watzlawick e il suo gruppo di ricerca hanno definito i processi sottostanti la comunicazione umana elaborandone i Cinque Assiomi :

Primo assioma: non si può non comunicare.

Qualsiasi interazione umana è ipso facto una forma di comunicazione. Qualunque atteggiamento assunto da un individuo, diventa immediatamente portatore di significato per gli altri: ha dunque valore di sms.
Il silenzio, il ritrarsi, l’indifferenza, l’immobilità posturale sono essi stessi comunicazione.
Ad esempio, anche usare un sintomo fittizio, è comunicazione: far finta di dormire quando il partner ci raggiunge a letto, nasconde la  volontà nel non impegnarsi in una comunicazione, verbale e non-verbale.
O ancora: il marito che guarda fisso di fronte a sé mentre fa colazione sta comunicando, che almeno in quel momento, non ha intenzione di interagire.

Secondo assioma: ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione, di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi metacomunicazione.

In un sistema conflittuale, marito/moglie, madre/figlia, i due aspetti di contenuto e relazione, sono intrecciati al punto da essere confusi: il contenuto diventa pretesto per nascondere ancora una volta una rivalità che ha radici ben oltre quel contenuto comunicativo.
In questi frangenti di conflittualità sotterranea, la CNV e Paraverbale, (atteggiamento, prossemica, gestualità, espressività del volto, postura; eloquio, tono, volume, ritmo della voce,) hanno priorità sul messaggio puramente verbale che passa nettamente in secondo piano (anche se i comunicanti sono inconsapevoli di ciò).

Perché l’aspetto di relazione della comunicazione umana è così importante?

Perché, definendo il tipo di relazione che c’è tra i due comunicanti, questi definiscono implicitamente sé stessi.

Terzo assioma: La natura di una relazione dipende anche dalla punteggiatura delle sequenze di scambi comunicativi tra i comunicanti.

Il modo in cui avvengono le alternanze di dialogo, qualifica la relazione tra i comunicanti. Questione di Due punteggiature: ognuno rimane arroccato nella propria visione senza rendersi conto che si è innescata una circolarità patologica.

Quarto assioma: gli esseri umani possono comunicare sia tramite un modulo comunicativo digitale (o numerico) sia con un modulo analogico.

Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione, il primo sarà trasmesso essenzialmente con un canale verbale, usando parole, e il secondo attraverso un canale analogico (non-verbale).

Quinto assioma: Tutti gli scambi comunicativi sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza (subordinazione/predominanza).

Sono entrambe funzioni importanti e nelle relazioni “sane” esse si alternano.

Nel rapporto simmetrico, ogni comunicante tende a essere uguale all’altro, o meglio, a non essere da meno. Ciascuno si comporta come se dicesse: io conto quanto te o tu non conti quanto me.
I comportamenti dei soggetti tendono a rispecchiarsi, e per loro natura a diventare competitivi, arrivando a sfociare in una vera e propria escalation simmetrica in cui ciascuno cerca di essere «più uguale» all’altro, creando all’interno del sistema una sorta di scisma.
Tali dinamiche si esprimono in un rimbeccarsi di continuo perchè nessuno dei due può dire o fare qualcosa senza che l’altro rivendichi lo stesso diritto ma aumentato.
Condotto ai limiti estremi questo rapporto può portare al massacro reciproco per dimostrare che ciascuno è, appunto, più uguale all’altro. Ad es. “Quello che sai fare tu, io lo so fare meglio: se tu mi provochi, io posso farlo ancora di più; se tu mi offendi, io posso offenderti in maniera più distruttiva”.

Il rapporto complementare è basato sulla differenza reciproca fra i comunicanti, dove uno è in posizione one-up (che sta al di sopra) ed è colui che dirige, suggerisce, consiglia l’altro.
Il partner one-down, (che sta al di sotto), è colui che chiede e obbedisce, accettando la definizione dell’altro circa la complementarietà. Questi è solitamente la persona più coinvolta emozionalmente e che perciò ha meno potere contrattuale.
Anche qui il rapporto non è particolarmente positivo o negativo, c’è chi sta bene in una o nell’altra posizione.
Il pericolo esiste quando si sfocia in complementarietà rigida dove uno soffoca l’altro tenendolo in dipendenza affettivo-emotiva (es: relazioni di interdipendenza patologica fra madre-figlio, medico-paziente, insegnante-studente).
Ed ecco che si estremizzano le posizioni One up: ipercontrollo, ipercritiche, ordini, rimproveri, umiliazioni. One down: fedeltà, devozione, assistenzialismo.

La comunicazione, pertanto, è spesso veicolo di messaggi che non hanno una chiave di lettura unica poiché questa dipende dall’interpretazione da parte degli interlocutori. In qualche caso, però, la comunicazione può trasmettere dei messaggi che non possono comunque essere interpretati in quanto sono messaggi paradossali (Un esempio di doppio legame è il seguente: un padre è solito dire al figlio bambino che non bisogna avere paura del buio (asserisce qualcosa); quando il piccolo fa i capricci il padre gli intima di smettere immediatamente altrimenti lo chiude in una stanza al buio (asserisce qualcosa sulla propria asserzione che è in contrasto); il messaggio non offre via d’uscita perché per essere obbedita l’ingiunzione deve anche essere disobbedita: se il bambino interrompe il capriccio, obbedendo alla prima ingiunzione, dimostra di avere paura del buio e, quindi, contraddice l’altra ingiunzione, ossia quella di non avere paura… ).
Le due asserzioni, che si escludono a vicenda, possono essere inviate anche dalla coppia genitoriale (lui dice che dopo le 9 di sera non si esce, lei invece chiede al figlio di andargli a comprare le sigarette alle 22.30…).

Che cosa si può fare quindi quando il comunicare provoca nel sistema un senso di disagio, di pesantezza del clima relazionale, una sensazione di impotenza?

Ecco che qui è un punto nodale in cui divenire consapevoli delle strategie per una comunicazione efficace fa davvero la differenza nel nostro modo di rapportarci con l’altro, partner, ma anche con figli, amici, colleghi e datori di lavoro.

Attraverso la lettura di testi significativi e un percorso teorico-esperienziale con un esperto in comunicazione, acquisire strumenti e strategie per rendere le proprie relazioni più serene diventa possibile.

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